48° anniversario della fondazione del FPLP: la gioventù rivoluzionaria palestinese, anima dell’Intifada, è un tutt’uno con la Resistenza

Come Comitato del Martire Ghassan Kanafani, ci siamo già ampiamente espressi sul fenomeno delle “primavere arabe”, sull’aggressione alla Siria e, più recentemente, sull’“Intifada” nei Territori occupati Palestinesi, Cisgiordania e Gaza.
Non abbandoniamo certo oggi questa nostra priorità celebrando un importante anniversario per chi, al pari nostro ed in ogni angolo del mondo, continua ad avere a cuore la causa palestinese: sono infatti trascorsi 48 anni dalla fondazione del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. I compagni e le compagne del FPLP, principale organizzazione della sinistra rivoluzionaria palestinese, anche nel 2015 hanno condotto la dura lotta per una Palestina libera dal sionismo e realmente democratica. La Resistenza palestinese cambia nelle forme ma non perde l’orientamento (segno di una bussola funzionante), pervade ogni aspetto dell’esistenza del suo popolo, la si può vedere in azione nello sciopero della fame di chi è costretto alla detenzione amministrativa, nella ferrea volontà di vedere presto liberi il Segretario Generale Ahmad Sa’adat e la compagna Khalida Jarrar, come nello spirito di chi vive in un campo profughi continuando a desiderare ardentemente il ritorno in una Patria, in molti casi, solo descritta nei racconti degli anziani.

Questa inarrestabile tendenza alla libertà si è poi manifestata, negli ultimi mesi, in una sollevazione popolare di giovani e giovanissimi che scendono per le strade armati di pietre, coltelli e bottiglie molotov contro le forze d’occupazione. In molti abbiamo ammirato le portentose immagini dell’Intifada, l’autorappresentazione di una gioventù che dimostra, se possibile, una accresciuta convinzione ed una risolutezza tali da farci comprendere, forse anche lontanamente, la forza del legame con la propria terra, con la propria storia e quindi con la Resistenza. E’ questo, senza ombra di dubbio, il 48° anniversario di una forza autenticamente progressista, marxista, proletaria e, soprattutto, viva grazie alla sua gioventù rivoluzionaria.

Dal canto nostro, tuttavia, complici molti fattori che non intendiamo affrontare qui, spesso si fatica ad accettare le scelte di un giovane (o giovanissimo) rivoluzionario palestinese. Tutto ciò è comprensibile e legittimo fino al punto in cui l’incapacità però non si tramuta in indifferenza, giudizio e invidia. E’ sulla scia di questi poco nobili sentimenti che germogliano intellettualismi, analisi e narrazioni che, dalla mancata comprensione di un fenomeno (per quanto eccezionale e distante), rischiano di divenirgli avversari, antagonisti, addirittura nemici. Se consideriamo l’alone di leggenda ed il romanticismo che da sempre accompagna la figura del ragazzo con il sasso in mano, riguardo la gioventù palestinese, tale dinamica si innesca quasi automaticamente.

Pochi, drammaticamente, sono coloro ai quali importa approfondire la storia, il pensiero, le scelte dietro quell’immagine accattivante. Alla gioventù resistente è tuttavia riservato lo stesso trattamento che più in generale investe, tra incapacità ed opportunismo, l’intera sinistra rivoluzionaria palestinese, delegittimata tramite due meccanismi complementari: la depoliticizzazione della sua lotta e l’accusa, estesa indistintamente a tutte le organizzazioni tradizionali (partiti) palestinesi, di essersi dimostrata incapace nel dirigere la resistenza popolare contro il nemico. Due parole sulla natura, artefatta, di questo “nemico”, che da queste letture ne esce progressivamente più immateriale, più etereo, privato della sua natura socio-economica, orfano della stretta parentela che pur possiede con l’imperialismo nord-americano, senza un apparato repressivo composto da uno degli eserciti più forti del mondo.

Nel caso palestinese non avremo quindi, come per altre situazioni (basti pensare alla Siria), una sinistra buona ed una cattiva, una sinistra dal basso ed una top-down, una sinistra “nuova” di movimento ed una di regime. Nessuno, o pochissimi, si permettono attualmente di sostenere questa bislacca tesi, viceversa ad essere oggetto di giudizio è la stessa società palestinese rea di non seguire supinamente una modernizzazione occidentale che, in gran parte, consisterebbe nella depoliticizzazione, nella laicizzazione forzata e, non meno importante, nell’inasprimento di alcune differenze (non di classe, ci mancherebbe!) al proprio interno: giovani VS anziani, territori occupati VS territori del ’48, arabi palestinesi VS arabi israeliani, e così via. A livello più pratico, questa lettura si traduce in una interpretazione distorta di quanto sta accadendo in questi mesi in Palestina e si sente diffusamente parlare di “uno spontaneismo a-politico giovanile” come “sorta di innesco per una democrazia diretta”. Tale critica, non potendo abbattersi direttamente sulla sinistra palestinese (troppo immaginifica), sfuma attaccando la stessa forma  tradizionale dell’organizzazione politica, tutti i partiti, i sindacati e le fazioni della Resistenza (accomunate indistintamente a chi collabora con Israele).

A ben vedere però  la via più immediata per capitalizzare questo “spontaneismo” sarebbe, a detta dei suoi stessi teorizzatori, quella di “cacciar via gli anziani dalla leadership delle forze politiche per sostituirli con i rappresentanti più brillanti del movimento, meglio se intellettuali,  liberi di agire all’interno di uno spazio protetto dalla dominazione politica”. Appare tutto più esplicito quando, fatalmente, tali discorsi finiscono col celebrare una “nuova sensibilità di sinistra” che starebbe nascendo (indovinate un po’?) in Israele, “come ha dimostrato la costituzione, alle ultime elezioni parlamentari, di una lista unitaria degli arabo-israeliani”. L’enfasi poi con la quale viene avvalorato il presunto scontro “generazionale” in seno alla società palestinese è un altro segnale rivelatore dell’aggressività di tali narrazioni, agitate con troppa leggerezza e che, se solo avessero reali recettori nel mondo arabo, rischierebbero di mettere in pericolo una continuità generazionale costata sangue e lacrime. I naturali alleati di questa visione (si, perché di Movimento non si può fortunatamente ancora parlare), fuori il mondo arabo, sarebbero gli attori della “solidarietà internazionale”, dell’attivismo non-governativo e della società civile: ONG ambientaliste, associazioni contro il muro, associazioni per i diritti umani, associazioni che non si spingono oltre la promozione del boicottaggio, ecc… E come definire questo, poco auspicabile, cataclisma politico se non “primavera palestinese”? Ecco che cade la maschera!

In questo 11 dicembre 2015, 48° anniversario della nascita del FPLP, non nascondiamo un certo orgoglio nello schierarci dalla parte opposta di questo revisionismo, la cui genesi e le cui finalità sono più che evidenti e tendono a scippare la causa arabo-palestinese, traghettata al di fuori dei propri sofferti confini (politici, geografici, valoriali, metodologici, storici), ai suoi legittimi possessori. Non possiamo non denunciare lo sciacallaggio, da parte di sedicenti “esperti” (opinion leaders), di quanto sta avvenendo in Palestina, dove molti giovani e giovanissimi offrono la propria vita, il dono più prezioso, alla libertà ed alla Rivoluzione, non certamente per rivendicare un’alterità rispetto quei padri e quelle madri dai quali hanno appreso il significato di Resistenza. Troppo facile, se non volgare, è diluire in un mare di falsità alcuni inoppugnabili dati di fatto, come il fallimento degli Accordi di Oslo, il crimine della collaborazione di sicurezza o l’urgenza di andare oltre la leadership dell’ANP (punti da decenni sostenuti dalle organizzazioni della Resistenza, prime tra tutte quelle della sinistra rivoluzionaria).

Spesso, i ragazzi e le ragazze che scendono in strada e nei campi profughi con sassi, coltelli e bottiglie molotov contro l’occupazione sionista non sentono la necessità di farlo indossando i colori della propria organizzazione partitica/ideologica/confessionale. Questa legittima scelta non deve essere messa a profitto per sostenere ardite congetture (come una “primavera palestinese”), va viceversa accettata come l’atto di volersi manifestare al mondo per quello che si è, una giovane generazione di palestinesi, al di là delle appartenenze, unita nella Resistenza eroica contro il sionismo e l’imperialismo. A dimostrazione di ciò, sono decine, tra le circa 120 vittime di questi ultimi mesi, i militanti e le militanti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina ad aver perso la vita: vogliamo qui ricordare l’ultimo, in ordine di tempo, giovane compagno Malek Shanin, ucciso dagli occupanti sionisti nel campo Dheisheh. I funerali in cui si rende onore ai giovani rivoluzionari caduti sono momenti centrali nella vita di quelle comunità che rinnovano e persistono nel proprio difficile percorso di lotta: anche migliaia di uomini, donne, bambini, giovani ed anziani, stringendo le bandiere partigiane della Palestina, hanno accompagnato nell’ultimo saluto il martire. Sfidiamo noi a guardare quelle immagini e a dire che questi sono esempi di un mondo destinato ad estinguersi sotto il peso di una presunta modernità (di stampo occidentale) con il suo attivismo civile e la sua cooperazione allo sviluppo.

Concludiamo salutando, ancora una volta, il traguardo raggiunto dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina con questi suoi onorati 48 anni d’attività. Questa giornata non poteva essere scenario migliore per le celebrazioni a seguito della liberazione dei compagni Ghassan Zawahreh e Nidal Abu Aker, eroi dello sciopero della fame dentro le prigioni dell’occupante sionista. Alle famiglie Zawahreh e Abu Aker va la nostra profonda gratitudine, tre diverse generazioni di partigiani e partigiane che continuano nel cammino verso libertà.

Comitato del Martire Ghassan Kanafani

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