“E’ questa una terza intifada?” Una risposta che non può pesare più della lotta condotta dentro e fuori le carceri sioniste

Appena qualche settimana fa, come Comitato del Martire Ghassan Kanafani abbiamo partecipato e promosso un presidio indetto dell’Unione Democratica Arabo Palestinese (UDAP), alla presenza della compagna Dalya Abu Aker figlia del detenuto Nidal Abu Aker, qui a Roma (Piazza di Montecitorio), per esprimere la nostra solidarietà di comunisti alla lotta dei prigionieri politici palestinesi.

Queste righe sarebbero volute essere una valutazione sulla manifestazione passata, sugli obiettivi centrati come sulle eterne contraddizioni dell’ambiente ‘pro-pal’ cittadino. Tuttavia, ci ritroviamo, come spesso capita, ad essere superati dagli accadimenti.

Lo sciopero della fame condotto dai prigionieri politici palestinesi contro la detenzione amministrativa si è concluso dopo 41 interminabili giorni con un accordo tra i rappresentanti dei prigionieri e le autorità carcerarie sioniste. Tale vittoria ha dimostrato, una volta per tutte, l’efficacia di una coraggiosa lotta senza delega (“in prima persona”), all’interno di una organizzazione più ampia (FPLP) ed in grado di coprire i diversi aspetti dell’intervento politico.

Gli stessi compagni che hanno portato avanti la lotta sottolineano la necessità di un solido e continuo rapporto tra ciò che avviene all’interno delle carceri e ciò che avviene al di fuori di esse e, in ultimo, ricordano ai compagni ‘occidentali’ l’umile, ma importante, missione di informare, mobilitare e generare consapevolezza tra i proletari che abitano il “cuore della bestia”.

A dimostrazione di ciò le dichiarazioni, gli attestati e i comunicati da parte dei prigionieri politici palestinesi e delle loro famiglie in cui si è fatto, e si continua a fare, riferimento alle iniziative in solidarietà promosse a Berlino, a Dublino, a Bruxelles, a Marsiglia,… come anche qui a Roma.

Mantenuto quindi fermo l’orgoglio per la tenacia espressa dai compagni in detenzione amministrativa, l’indicazione per tutti gli amici, i sostenitori e i militanti della causa palestinese è subito stata quella di mantenere alta l’attenzione e, ove possibile, di intensificare le iniziative e le campagne lanciate dalle organizzazioni della sinistra rivoluzionaria palestinese.

Se quindi la lotta contro l’occupante non conosce sosta dentro le carceri, con gli oltre 5000 prigionieri palestinesi che continuano a reclamare giustizia e libertà (ricordiamo, tra gli altri, il Segretario generale Ahmad Sa’adat e la compagna Khalida Jarrar), i fatti di cui parleremo tra un attimo hanno dimostrato l’effettiva continuità tra la resistenza espressa dai prigionieri politici palestinesi ed il diffuso sentimento di rabbia che porta migliaia di giovani a scontrarsi, in tutta la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e i territori del ‘48 contro l’esercito dell’occupazione sionista e le forze della “collaborazione di sicurezza”. Si scatena quindi un’altra volta, l’ennesima ed assolutamente non l’ultima, quella degna rabbia, tipicamente arabo-palestinese, che proprio non vogliamo ridurre alla sola immagine romantica dello shebab con la pietra in mano.

Diciamo questo per scongiurare, per quanto ci è permesso, la prevedibile corsa all’evocazione di categorie leggendarie (e un po’ cinematografiche), come da anni assistiamo in ogni folkloristico riferimento all’Intifada.

Andando invece alla radice di questo (né inedito né improvviso, perlomeno nelle motivazioni) sentimento di delusione e rabbia provato dai giovani palestinesi, non si tratta che di puntare il dito verso il totale fallimento delle scelte operate, da anni, dall’Autorità Nazionale Palestinese.

Il discorso di Abu Mazen (rappresentante dell’ANP) all’ONU ha suscitato, con l’eccezione dei circoscritti entusiasmi di chi ha oramai palesemente sostituito alla causa palestinese la personalissima questione della propria “sopravvivenza economica”, una nuova ondata di frustrazione rispetto gli accordi di Oslo, verso il cosiddetto “processo di pace” e soprattutto nei confronti del collaborazionismo con l’entità sionista.

Chi si aspettava di ascoltare in diretta le dimissioni di Abu Mazen, lo smantellamento dell’ANP, la messa in discussione di una rappresentanza disconosciuta dalla stragrande maggioranza della popolazione palestinese, sarà rimasto deluso. In un discorso vago e retorico, non è stato possibile scorgere (forse perché inesistente o peggio) alcuna visione o strategia che possa instradare la lotta del popolo palestinese verso il perseguimento dei suoi storici obiettivi di liberazione nazionale e ritorno per tutti i profughi.

Le masse arabe dentro e fuori le carceri, dentro e fuori i territori occupati replicano con fermezza alle deboli parole del rappresentante dell’Autorità Nazionale pronunciate a New York, urlando che “la bandiera palestinese deve sventolare libera su al-Quds e non sul palazzo di vetro dell’ONU”.

E ancora, nel recente discorso del 14 ottobre scorso, Abu Mazen ritorna su quelle insanabili contraddizioni che sempre più sembrano innervare la politica della dirigenza “nazionale” palestinese. Del resto, come interpretare una frase in cui viene affermato: “è terminata l’era degli accordi di Oslo” ed immediatamente dopo viene proclamata una rinnovata “fiducia sulla possibilità di trovare accordi e stipulare negoziati (con l’entità sionista N.d.A.) allo scopo di superare le violenze…”? Una nuova occasione persa quindi, da parte dell’ANP, per sgomberare il campo alla formazione di una leadership nazionale unita, invocata a gran voce dalle forze progressiste e popolari, ed in grado di condurre la lotta verso la vittoria.

Ma non c’è solo il tradimento, oramai palese, di alcune forze politiche palestinesi alla “radice” dell’attuale sollevazione. Fa ancora male il ricordo del rogo in cui è morto nel luglio scorso, seguito dopo breve tempo dalla madre, Ali Dawabsheh di appena 18 mesi, vittima della furia omicida dei sionisti vicino Nablus: un episodio che, seppur atroce, è da considerare perfettamente in linea con quanto scandisce la quotidianità di migliaia e migliaia di palestinesi, bambini, giovani ed anziani.

Proprio da quelle terre palestinesi che più lacrime hanno bagnato, che più funerali hanno celebrato che più vendetta hanno promesso, sta arrivando in questi giorni una risposta disperata ma nel contempo estremamente dignitosa.

A partire dal 2 ottobre, nell’operazione della Resistenza presso Beit Furik (Nablus) nella quale hanno trovato la morte due coloni sionisti, risposta da interpretare come naturale reazione ai crescenti crimini e soprusi dei coloni israeliani contro la popolazione palestinese, numerosi simili episodi si sono avvicendati. Gerusalemme, da settimane, versa in una condizione che potremmo definire straordinaria (nello straordinario); le innumerevoli ed insensate violenze contro la popolazione araba sulla Spianata delle Moschee ed in particolare all’interno della Moschea di Al-Aqsa (uno dei luoghi più santi dell’Islam), sono provocazioni inaccettabili rivolte a decine di milioni di credenti in tutto il mondo. Opportunamente documentate da una quantità sconcertante di immagini e video, continua questo crimine telegenico dove non si faticheranno a riconoscere esecuzioni a freddo, pestaggi, gas lacrimogeni, bombe stordenti, …

E’ difficile tenere il conto delle uccisioni di giovani, ragazzi e ragazze, palestinesi, in tutti i territori occupati: morti ugualmente pesanti e che non intendiamo, nel modo più assoluto, gerarchizzare sulla base di alcun parametro, sia esso ideologico, confessionale o altro.

Sentiamo, tuttavia, la necessità di ricordare l’esempio rivoluzionario del compagno martire Moataz Zawahreh, di 27 anni, abitante del Campo profughi di Dheisheh, ucciso durante uno scontro (con pietre e molotov) con le forze d’occupazione.

Ci uniamo anche noi al triste coro delle condoglianze alla famiglia Zawahreh, una famiglia di combattenti esemplari, ed in particolar modo a suo fratello Ghassan Zawahreh, detenuto politico nelle carceri sioniste che si è distinto per la tenacia con la quale ha concluso vittoriosamente un lungo sciopero della fame. Questi partigiani palestinesi, con il loro sacrificio, stanno dimostrando l’incredibile forza di una lotta che non vede nelle sbarre di un carcere, nei tornelli di un check point o nei confini geografici tracciati dall’occupante, dei limiti invalicabili.

Tutti gli eventi che si stanno registrando, individuali o condotti in modo organizzato, rimangono quindi la conferma di una consapevolezza diffusa (soprattutto tra le nuove generazioni) nel voler insistere sulla via della Resistenza e del fatto che la sproporzione di mezzi non potrà mai indebolire la giustezza di una causa che, presto o tardi, troverà la vittoria. A questo proposito, le organizzazioni rivoluzionarie incitano la gioventù palestinese di Gerusalemme e di tutta la Palestina occupata a continuare la pressione sulle forze d’occupazione, anche con l’uso di pietre, molotov e coltelli, consci che il nemico, nonostante sia perfettamente equipaggiato, rimane codardo e mentalmente fragile.

Quindi, per tornare alla domanda iniziale “è questa una terza intifada?” Noi, da compagni italiani ed arabi residenti in Italia, pensiamo sia importante fornire una risposta tuttavia, non prevedendo il futuro, ci limitiamo ad alimentare il nostro percorso politico nel solco dell’internazionalismo.

Siamo altresì consapevoli che se semmai di Intifada si dovesse veramente trattare, questa non solo sarà avvenuta a dispetto dei mezzi soverchianti in dotazione al nemico sionista (e ai suoi alleati dentro e fuori la Palestina occupata, in primis l’imperialismo USA), non solo ergendosi al di sopra della narrazione tossica dei media di mezzo mondo, non solo avendo la forza di deporre una dirigenza politica che ha tradito la sua stessa causa ma, anche e soprattutto, superando (da sinistra!) una solidarietà internazionale che, per la stragrande maggioranza, si è confermata incapace, compiaciuta ed autoreferenziale.

In conclusione, piuttosto che aspettare di assistere all’evento astrale dello scoppio della ‘Terza Intifada’, non sarebbe forse il caso di domandarci “noi, invece, che ruolo stiamo avendo?”

 

Comitato del Martire Ghassan Kanafani

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